No, non sono una vera blogger.

Il mio primo blog si chiamava “frammenti di luci e ombre”. Forse un po’ pretenzioso, ma sicuramente d’effetto.

Era il 2006 e io avevo appena scoperto l’esistenza di uno spazio web gratuito dove potevo scrivere ed essere letta da chiunque. Un’autentica figata, per una che vuole fare la scrittrice. Scrivi e hai un pubblico che legge e che può interagire con te e speri che qualcuno dei pezzi grossi da lassù si accorga di te  e ti metta sul suo libro paga.

Avevo 23 anni e non ho mai sognato in piccolo.

Sono cambiate tante cose da allora; non solo io, che comunque continuo a scrivere e a sognare in grande, ma anche la rete ha preso una strada completamente diversa.

Sono arrivati Facebook, Twitter e Instagram e compagnia bella ed essere un blogger oggi viene millantata come professione. Mi affascinano i blogger: li ho praticamente visti nascere e crescere; negli anni si sono impratichiti, si sono inventati un lavoro facendosi strada a suon di like, retweet e filtri su instagram. Si sono dati il titolo di “influencer”, termine che mi fa saltare la mosca al naso ogni volta che lo sento e sono diventati settoriali.

Io no.

Ero troppo occupata a vivere la mia vita sul campo, per poter investire tutto il mio tempo su internet. Ci ho provato, ma senza successo, e io so bene il perché.

Non è perché loro scrivono meglio di me, perché sono più bravi a cucinare o perché sanno catturare lo scatto del secolo, anzi tutt’altro: loro sono infinitamente mediocri ma dispongono di due armi di cui io e molti altri come me siamo totalmente sprovvisti: il tempo e il sapersi prendere sul serio.

Io non ho tempo per farmi un piano editoriale, per programmare i miei post o per stare attaccata al cellulare 25 ore al giorno. Già mi sento in colpa quando invece che giocare con i miei bambini passo il mio tempo a chattare su whazzap con la mia migliore amica che vive a Sidney, va da sé che mi sarebbe impossibile vivere sui social. Inoltre io odio i social e detesto la maggior parte delle persone che li usano e che sono convinti di scrivere delle cose fantastiche. Facebook e co funzionano perché danno spazio alla grande miseria umana della mediocrità. L’ha detto Eco, e io non posso che dargli ragione. Per un po’ mi sono fatta fregare anche io, sempre per la storia del pubblico che ti legge e ti risponde. Insomma, ricevere attenzioni solletica l’ego di chiunque, figuriamoci quello di una narcisista con il pallino per la scrittura.

Ma finisce li.

Ed è pure troppo, per come la vedo io. So di aver buttato via un’infinità di tempo in questi anni, sui social; postando foto di quello che mangio, perorando cause in cui credevo (e credo tutt’ora) con il fervore che mi contraddistingue. E a che pro, dato che il livello medio del leone da testiera sta tra una fetta di emmenthal e una confezione di supposte?

Per vanità personale, ovviamente. Lo sapevo eh, ma mi piaceva.

Come tutti i giocattoli, anche questo mi è venuto a noia.

E mi sono venuti a noia quasi tutti i blogger.

Ed è il loro prendersi così tanto sul serio, soprattutto quello, a darmi così tanto sui nervi. Ci credono loro, ci credono tantissimo, di essersi inventati il lavoro del secolo, di essere gli eroi del loro tempo. Sono convinti di fare impresa, di fare la differenza nel loro campo, di essere il nuovo che avanza.

No.

Il nuovo che avanza non può essere questo, non voglio credere che il futuro del mondo sia tutto nell’entrare nelle case e nella vita dei fantomatici personaggi pubblici, sfogliando i loro album fotografici, guardando i loro figli crescere, sapendo cosa mangiano e perché.

Non voglio pensare che sto consegnando ai miei due bambini un mondo che si basa solo sul voyeurismo senza ritorno o nel puro e semplice spirito di emulazione. Perché si riduce tutto a questo eh; al semplice fatto che noi gente mediocre, con le nostre esistenze altrettanto mediocri, entriamo in punta di piedi nelle case di queste persone e desideriamo le loro fantastiche vite. È semplicemente l’evoluzione delle riviste di moda, un po’più morbosa e immediata.

Mi sono chiesta quanti libri avrei potuto scrivere e tentare di pubblicare e quanti altri ne avrei potuti leggere in questi anni, anziché passare il mio tempo su facebook e dopo un conteggio approssimativo ho messo sul comodino Guerra e Pace per fare ammenda.

Non è un post rosicone, probabilmente lo può sembrare ma non lo è. È un post di autocritica personale, perché l’accorgermi di aver buttato via tanto tempo in una cazzata senza futuro ha avuto un impatto abbastanza devastante sul mio già di per sé precario equilibrio emotivo. E penso che continuerò a fare la blogger come ho sempre fatto perché mi piace scrivere.

Come mi pare e quando mi pare.

Senza invidiare nessuno e senza rancore.

Perché io non sarò mai un’influencer.

Io sono una scrittrice, di storie inventate, e basta.

La mia vita, per quanto mediocre e ordinaria possa essere, resta solo mia.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Il diario di carta ha detto:

    Ho la tua stessa sensazione riguardo ai nuovi blogger, nonché i tuoi stessi “problemi” di relazione con loro. Credo sia perché siamo della vecchia guardia; di coloro, cioè, che hanno visto i blog nascere, crescere e cambiare (evolversi? Devolversi? Chissà). Pare che stiano tornando di moda; o almeno, vedo che sempre più persone ne parlano (sopratutto su Snapchat). Stiamo assistendo ad una fase di ritorno, come i pantaloni a zampa?

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  2. Lauratypes ha detto:

    Non saprei, però i pantaloni a zampa mi sono sempre piaciuti tantissimo 🙂
    Il fatto è che mi sono resa conto che ho dedicato troppo del mio poco tempo utile ai social network.
    Da quando sono tornata a scrivere quasi solo racconti e ad usare il mio moleskine per gli appunti mi sembra di avere 5 ore in più al giorno.
    Dunque, dato che una vita fuori dal web ce l’ho ed è anche piuttosto pienotta ultimamente, credo che scriverò sempre meno, qui. E sempre più per me, perchè alla fine il nocciolo è proprio questo: tutto o quasi tutto quello che facciamo è in funzione di altri. Almeno voglio che la scrittura rimanga libera.

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