Fare troppe cose assieme è deleterio.

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Mi piace fare tante cose assieme, da un po’ quelli incasinati come me si auto-definiscono multitasking, che si sa, l’inglese fa figo.
Personalmente questa cosa che accavallarsi le incombenze, i lavori e le consegne sia così cool non ha mai convinto al cento per cento. Io lo faccio perché non ho metodo e perché per carattere sono così, non conosco un altro modo di affrontare le cose: era così quando studiavo,è stato così quando ho incominciato a lavorare in azienda, è così quando scrivo, quando traduco, e quando affronto la gestione dell’aspetto più pratico della mia vita (gestione della casa, della spesa, dei figli ecc.).
Esempio: se ho dieci giorni per consegnare un lavoro, la prima settimana tendo a fare altro. Lo vedo quel plico di fogli nell’angolo destro della scrivania con il post it giallo su cui c’è scritto “consegnare urgentemente entro la tal data”, ma lo ignoro, nonostante il giallo sia un colore abbastanza vistoso. Mi ripeto come un mantra che il giorno seguente gli dedicherò tutto il mio tempo, in modo da liberarmi dal peso del senso di colpa che si genera dal trascurare quello che so che dovrei fare e che non sto facendo, eppure ogni  volta arrivo in zona Cesarini. É come se la frizione che si genera dall’avere il pepe al culo poi mi faccia dare il centodieci per cento. Ed è vero, nella maggior parte dei casi il risultato è ok.
Ma poi mi sono chiesta:  “e se non mi bastasse più essere solo ok? se volessi produrre eccellenze e non più cose semplicemente buone, sarei in grado?” La risposta è che lo sarei eccome, ma oltre a farmi un bel bagnetto di umiltà dovrei anche riprendere a studiare, non nel senso stretto del termine spolverando le dispense universitarie di traduzione o il manuale di stile che usavo per scrivere le tesine, ma ampliando al massimo ricettività e conoscenze e soprattutto cambiando approccio.
Nella vita pratica mi ha aiutato tantissimo pianificare, scrivere liste e vere e proprie scalette. All’inizio mi sentivo una pazza maniaca dal controllo, soprattutto quando scrivevo giorno per giorno quali compiti pratici dovessi portare a termine per non ritrovarmi con l’acqua alla gola. Poi piano pianto, quando non ho più visto montagne di panni in giro o non sono più arrivata a casa dal lavoro con l’ansia da cosa metto in tavola per queste due povere creature sotto il metro e mezzo e soprattutto quando il numero delle mie emicranie è rimasto per mesi sotto lo zero mi sono detta che forse tanto psicopatica non lo ero e che anzi, probabilmente la mancanza di organizzazione era il centro del mio problema.
Non essere organizzata mi faceva sentire potente: riuscivo comunque a fare tutto e a farlo bene, mica come i comuni mortali che devono appuntarsi anche quante volte vanno al cesso.
D’altro canto, arrivare sempre con l’acqua alla gola mi faceva sentire come in procinto di affogare, di non farcela e questo, in concomitanza con periodi di forte stress o di moto lavoro, coincideva con attacchi di emicrania che scansatevi tutti o vi ammazzo.
Quindi ho cambiato alcune cose e va decisamente meglio.
Tutto questo non per fare autocritica, che non mi piace per niente, ma per confermare quanto già detto da milioni di guru americani che cambiare approccio non è impossibile, uno se vuole davvero una cosa può realizzarla.
Certo, per quanto riguarda l’aspetto pratico della vita di tutti i giorni.
La cena è pronta e i panni sono piegati. I bimbi alle nove vanno a letto sereni. Io ho più tempo per me. E tre settimane fa mi sono imbattuta in un bando per un concorso letterario. Genere: racconto breve. Il genere che prediligo scrivere. Mi sono detta perché no?
Quindi mi sono iscritta, ho scaricato il regolamento, mi sono spulciata un po’ di siti e poi ho guardato il termine di consegna: “eh, ma è da consegnare il 31 di gennaio, hai voglia!”
Oggi è il 26 gennaio.
E io non ho ancora scritto una benamata fava. Però ho fatto tre disegni e ho iniziato un dipinto.
Non prendevo più in mano una matita da oltre dieci anni (e tra l’altro si vede).
Il metodo e la minuziosa costanza che investo nell’auto-sabotaggio delle mie passioni è così esilarante, che mi basterebbe scrivere di questo e so che vincerei il concorso a mani basse.
Se, come dice sempre la mia amica a distanza Claudia, l’universo mi vuole comunicare qualcosa, sarebbe meglio lo facesse con segnali meno contorti, che non rivoglio indietro l’emicrania.
Vado a scrivere.
Forse.

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