mamma, cosa leggiamo stasera?

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Ultimamente mi si è acutizzata la nausea da social.  Dal momento che io li considero da sempre un mezzo e non un fine (un mezzo per poter comunicare le mie idee, per poter condividere i miei post, per far conoscere un po’ il blog, per mantenere in vita la mia passione per la scrittura e via dicendo), non penso che chi riesce ad essere famoso sui social ce l’abbia fatta. Perché i social, per natura, sono effimeri, come negli anni 80-90 lo è stata la televisione (e lo è ancora, ma ha solo più concorrenza rispetto ad allora). Per me il social, come idea di fondo, è una figata: è democratico, è free e ti da tantissimo margine di comunicazione e condivisione della tua idea. Ovvio, se la tua idea è figa. Se invece la tua idea fa cagare, come succede al 90% delle persone che stanno sui social, allora è un casino. E a me salta la mosca al naso, nel vedere così tanto buon potenziale buttato alle ortiche. Ma, come scrivevo un po’ più su, il suo più grande pregio è la sua natura democratica, quindi mi prendo periodiche pause, per rifiatare.

E in queste pause scrivo, oppure seguo con passione i blogger che amo di più e soprattutto leggo molto. Leggere è sempre stata un’ancora di salvezza, un’isola felice dove rifugiarmi per far respirare la mente e per distendere l’anima troppo stropicciata dalla cattiveria e dalla recrudescenza dell’intolleranza che caratterizza questo particolare periodo storico. C’è tantissimo dolore, là fuori, ne sono pienamente consapevole, mi soffermo diverse volte al giorno a pensarci. Ma io non posso cambiare questo dolore, io da sola non posso farci niente se in Siria hanno raso al suolo anche l’ultimo ospedale pediatrico e vedere scene così crude da lasciarmi senza fiato non migliora affatto la condizione di chi tutto quel dolore lo vive sulla sua pelle. Non è egoismo, non è inneggiare alla filosofia dell'”occhio non vede e cuore non duole”; ma si può conoscere e capire l’essenza del dolore anche senza condividerla sui social. Perché, per come la vedo io, il dolore merita più rispetto e ha molta più dignità di un click buttato là senza nemmeno rifletterci un po’ su.

E quindi vado in pausa. Ho bisogno di aria, di vibrazioni positive, di evasione. E dato che non posso mandare tutti a fanculo e trasferirmi ai Caraibi, leggo tantissimo e sto con i miei bambini. E ultimamente ho unito le due cose: leggo molti libri ai miei due bambini. O meglio, diciamo così: io e il più grande, che ha sei anni, decidiamo cosa leggere assieme, e il piccoletto di quasi due si adegua. E nonostante sia un bambino incredibilmente vivace, fisico e dinamico (e a tratti anche un po’ rompicoglioni), appena tiro fuori il libro si mette giù buono buono ad ascoltare. Essendo scelte più che altro per il fratello maggiore, seguire la trama gli è pressoché impossibile, ma a me questo non interessa, mi focalizzo sull’imprinting, sul ricordo piacevole dello sdraiarsi tutti assieme a fine giornata nel lettone, della voce della mamma che legge e che lo culla verso il sonno. Così facendo, mentre al fratello cresce la smania di poter finalmente riuscire a leggere un libro tutto da solo (obiettivo per l’estate), nella piccola peste spero maturi il seme dell’interesse, associato alla gestualità di un piacevole rito familiare. E senza forzature, perchè le cose imposte diventano un lavoro e leggere deve essere esattamente l’opposto, entrambi mostrano interesse per i libri e dalla fine dell’estate ne abbiamo letti abbastanza: Siamo partiti con “Il trattamento Ridarelli” (se avete dei bambini legger loro questo libricino è un OBBLIGO MORALE), poi è stato il turno del “Fantasma di Canterville” che ha suscitato interesse sole nel primogenito, mentre IL richiamo della Foresta ha intrigato un po’ anche il micro-nano: essendo selvaggio all’ennesima potenza, sentir parlare di natura, cani, lupi e richiami primordiali ha sicuramente risvegliato il suo istinto di bestiolina.

Ma adesso poche storie, che noialtri siamo passati alle cose serie e si è iniziata la collana dei racconti del mare. Ho trovato questa collana, I Classicini indicata per i bimbi come Ale, che hanno appena iniziato la scuola e che ancora non sono autonomi nella lettura: per chi ha bambini della stessa età la consiglio caldamente: le storie sono ovviamente fedeli all’originale, ma riadattate perfettamente per un bambino dall’intelligenza veloce dei bimbi di adesso che sono abituati ad avere a che fare con smartphone e tablet praticamente dalla culla e che quindi tendono ad annoiarsi moooolto prima dei bambini che eravamo noi. Le descrizioni sono brevi, ma il linguaggio è accattivante e le poche immagini presenti all’interno catturano quel tanto che basta l’occhio per far partire poi la menta sul binario della fantasia senza freni. Ovviamente ero indecisa da dove partire: a me quelle storie piacciono tutte e sono tutte ugualmente belle: mi sono fermata a pensare se in mezzo a tutti quei titoli ce ne fosse stato uno a cui fossi più legata, un un po’ più speciale degli altri. Poi l’ho visto, in un angolo, il libro che più di ogni altro mi ha fatto innamorare della carta, che mi ha portata in giro per il mondo senza farmi prendere un aereo, che mi ha fatto dire “mi piacerebbe, un giorno, scrivere una storia come questa”

il-corsaro-nero

Perché lui è un figo. Ma di quelli che levati Jack Sparrow, non sei nessuno. Perché, da che mondo è mondo, il pirata è uno che suscita simpatia, è il cattivo che in realtà cattivo non lo è mai, ma piuttosto è un buono a cui la vita ha messo un po’ i bastoni tra le ruote e allora ci sta che uno le vuole rendere il favore. Perché Il Corsaro Nero è un ribelle, ma non è un cattivo, perché crede in qualcosa, deve fare giustizia a un torto e da per tutto il romanzo la caccia al duca Wan Gould, l’uomo che lo ha tradito e che gli ha ammazzato tre fratelli uno dietro l’altro, l’uomo che lo ha reso quello che è. Vista con gli occhi di un adulto, Wan Gould è la vita che ti si mette per traverso e che ti fa conoscere il dolore, il male, la crudeltà e l’ingiustizia. Vista con gli occhi di un bambino di sei anni, è la storia più avvincente del mondo: salti sui tetti, vai all’arrembaggio con i pirati, assalti il forte di Maracaybo e nel mezzo un po’ ti innamori ma quella è la parte che ti si fila meno, perché sei anni sono pochi per infatuarsi della bella Honorata come invece capita al nostro pirata che ok, è un mascalzone, ma al fascino della bella fiamminga non sa resistere nemmeno lui. Solo che lei, mannaggia al destino, è proprio la figlia di Wan Gould e allora lui deve scegliere tra l’amore e la vendetta e io ovviamente so bene cosa sceglie ma non ve lo dico. Perché se avete dei bambini da appassionare a una bella storia, questo è il libro giusto per loro, ma lo è anche per voi. Perché non si è mai abbastanza grandi per saltare sui tetti e andare all’arrembaggio dei galeoni spagnoli, fidatevi di una che la sa lunga.

A casa mia ogni sera, la richiesta è sempre la stessa. Ed è quella che facevo io da bambina.

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