del mare .

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E così se ne va via l’ennesima estate. Arriva quel momento, a cavallo tra agosto e settembre, in cui percepisci che qualcosa ha virato verso l’autunno: la mattina l’aria è croccante, pizzica naso e pelle come un maglione di lana grezza. Il cielo ha un tono di azzurro più denso, più profondo, ed è quasi come se qualcuno gli avesse levato via una sottile pellicola di caldo e umidità. Il sole brilla in un altro modo. L’aria ha un profumo diverso, di terra bagnata, di frutta matura.
Tutti amano settembre, lo vedono come una specie di capodanno precoce: si fanno buoni propositi dopo le grigliate e le birrette a nastro. Acqua e limone tutte le mattine, pane integrale, zuppe corroboranti e super sane, palestra tutti i giorni e via andare. Si pensa a zaini da riempire, all’odore di nuovo dei quaderni e dei libri, si fanno progetti.
E invece a me no. A me settembre fa proprio cagare.
Per me è solo la fine del periodo più bello dell’anno, quella stagione fatta di giornate infinitamente lunghe, di cene all’aperto in compagnia, di sabbia tra le dita dei piedi, di capelli mossi dal vento e schiariti dal sole e di pelle che profuma di olio abbronzante e salsedine, del rumore delle onde del mare come colonna sonora costante della mia vita per tre mesi. Oh no, a me non piace settembre, nemmeno un po’. Non mi piace non poter fare il bagno con i miei figli perché rischiano di ammalarsi quando escono dall’acqua per colpa del vento che si è fatto troppo fresco, non mi piace che il sole tramonti tra le sette e le otto, non mi piace che davanti a me ci siano sei o sette mesi di freddo, nasi che colano, tossì stizzose, fronti febbricitanti, scadenze scolastiche, gruppi whazzap di mamme esaurite che si inalberano per la qualunque, compiti per casa, poca luce e weekend monacali.
Sì ok, autunno sarà anche sinonimo di te al gelsomino, biscotti e zuppe calde per cena. E va bene, è il preludio del Natale. Ma io preferisco il mojito, la bitta ghiacciata, la sabbia nel costume e se non fosse per il fatto che il mio lavoro non mi permette di farlo, a natale andrei ogni anno a mettere le chiappe a mollo nel mar dei Caraibi, altro che neve, renne e stelline varie.
Ma non dispero troppo, perché comunque mi resta il mare.
Che è lì, tutto l’anno.
Bello anche quando non c’è nessuno.
Anche se nevica.
Anche quando tira un vento che ciao sinusite che bello portarti a casa con me.
Il mare è stupendo sempre.
Quando ci nasci, al mare, impari a portartelo dentro. Ti si infila sotto pelle, passa dal naso, dagli occhi, senza chiedere permesso e lì rimane a ricordarti chi sei e da dove vieni e che non puoi stare troppo a lungo senza di lui.
Il mare è così, prepotente, libero, selvaggio, crudele e vagabondo.
Se ci vai troppo vicino ti stropiccia l’anima, ti lascia senza fiato, ti solleva con forza da dentro e qualche volta ti sembra di volare; in realtà sei solo come un aquilone che si dibatte impotente in balia del vento.
Ed è la più bella sensazione che si possa provare.
Ma se non ci sei nato che ne vuoi sapere di cosa voglia dire perdersi ogni giorno dell’anno a guardare il mare.

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