Tempi Moderni

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Ci sono due cose che se non vuoi vedermi davvero tanto arrabbiata devi evitare di dirmi.

La prima è che i poveri sono più felici di noi perché si accontentano di quello che hanno.

La seconda è che una volta sì che si stava meglio.

Sulla prima ci torno in un altro post. Io di poveri non ne ho mai conosciuti personalmente. Non ho mai avuto l’occasione e le palle per andare in un paese del terzo mondo, di guardare i bambini piangere per la fame. Non ci riesco. Però se voi vi sentite così stronzi da voler affermare una cosa del genere fatevi pure avanti. Se vi ci mando non vi meravigliate: ho un caratteraccio e lo sapevate eccome.

Ma veniamo a quello di cui mi preme discutere oggi: analizziamo bene il concetto che sento ribadire ormai ogni giorno del “si stava meglio quando si stava peggio”.

Le palle, che si stava meglio. Ce l’avete una nonna o una profantazia decrepita? Si? E allora, se non è completamente rincoglionita dalle pasticche della pressione, chiedetele come si viveva tra le due guerre. Io ho avuto la fortuna, nella mia adolescenza e prima giovinezza, di passare diverse estati a Modigliana dalla mia nonna paterna. Ci stavo dalle 2 alle 3 settimane, in vacanza d’agosto, che i miei in ferie non potevano andare per motivi di lavoro, i fratellino studiavano all’università e io mi rompevo le palle assai. Modigliana è un paese piccolo nell’Appennino, tra Forlì e Marradi ed è davvero carino passarci del tempo. Se sei una come me, che si è sempre divertita ad ascoltare i racconti dei vecchi, a ridere degli aneddoti, a immergermi nelle loro storie. Era bello, me ne stavo per ore sui gradini di casa della vecchia Erminia a sentir parlare dei tempi andati. Erano racconti a volta scherzosi, a volte drammatici, altre un po’ agrodolci. Ma soprattutto erano racconti veri.

Non paga della Modigliana Experience, una volta tornata a Riccione tediavo la mia povera nonna materna. Che a differenza dell’altra nonna aveva origini ancora più umili, quindi i racconti erano anche più pesantucci, volendo. Poi ci si metteva anche la Mutti, che comunque è del ’45 e di brutture ne ha viste abbastanza.

Insomma, il background ce l’ho bello fornito. Potrei scriverci un libro e non è detto che non lo faccia. La gente che ho conosciuto a Modigliana se lo meriterebbe davvero, di essere protagonista di un romanzo. Per il momento attingerò liberamente dal cassetto della mia memoria per stilare un piccolo elenco a favore dei nostri bei tempi moderni, che non è vero che sono così brutti e cattivi come tanti invasati vorrebbero farci credere.

Pronti?

Vamos.

DIECI MOTIVI PER FARE PACE CON I TEMPI MODERNI

1. La doccia.

O comunque l’acqua corrente in generale.

Dai racconti delle mie nonne, di mio babbo e di mia mamma e di un numero abbastanza ampio di prozii e prozie, si lascia abbastanza intendere che l’igiene personale fosse un’opzione piuttosto opinabile. Mia nonna lavava i capelli a mia mamma e alle mie zie 3 volte l’anno: la vigilia del primo giorno di scuola, la vigilia di Natale e il Sabato Santo. Per nove mesi (vivendo al mare, in estate facevano il bagno tutti i giorni) andava così. Roba che manco i topi di fogna ti venivano dietro. Il bagno si faceva una volta ogni quindici giorni se ti andava di lusso, e tutti nella stessa tinozza. Mio babbo era figlio unico, quindi tutta vita. Ma da mia mamma erano 4 figli, più i due genitori. L’ultimo della fila faceva prima a grattarsi un po’ , a mio avviso.

Potersi fare una doccia (seppur breve, per non sprecare troppa acqua) o lavarsi a pezzi con acqua corrente calda o tiepida ogni fottutissimo giorno dell’anno. Direi che non serve aggiungere altro.

2. la climatizzazione automatizzata.

Ah, i bei racconti di mamma di quando dormivano tutti e sei nello stesso stanzone e in inverno ai vetri c’erano i ghiaccioli. E d’estate si trasferivano tutti nella “capanna”, una piccola casetta di legno nel retro del giardino, che la casa quella grande la affittavano ai bagnanti e non c’è bisogno che io scriva quanto fosse caldo, in piena estate, nella capanna, vero?

Ogni volta che i termo mi si bloccano (e negli ultimi due inverni è successo diverse volte) penso a quando i miei genitori mi raccontavano che bevevano un po’ di vino, prima di andare a letto, per sentire meno freddo. Le lenzuola, quando ti coricavi, tagliavano la pelle e i geloni ai piedi e alle mani, per noi ragazzi del duemila, sono soltanto un racconto dell’orrore. Per fortuna.

3. La profilassi.

C’è chi sostiene che i vaccini siano il Male Supremo. Che l’industria farmaceutica li metta in circolo assieme alle malattie per trarne solo profitto, sulla pelle nostra e dei nostri figli. Per anni uno stronzo ci ha fatto credere che i vaccini fossero strettamente correlati con la comparsa di autismo infantile…per poi essere sbugiardato e sbertucciato per tutto l’orbe terraqueo.

Vaglielo a dire a chi moriva di tetano, di vaiolo, di difterite o di TBC, che le medicine sono lammerda. 

Anzi, vienimelo a dire in faccia, ma non adesso. No.

Vieni a dirmelo quando mio figlio sta male, o quando io ho un bell’attacco di emicrania. Vieni, vieni. Però mettiti il casco, che la testata parte sicuro.

4. La tecnologia

Fino a una cinquantina di anni fa si andava al bar del paese a guardare la tv una volta a settimana. Prima ancora si organizzavano gruppi di lettura nei caffè, o si andava a teatro ecc. Insomma, gli svaghi erano sicuramente meno alla portata di tutti e comunque meno accessibili. C’erano, ma con parsimonia.

Personalmente non amo la televisione, preferisco leggere e ascoltare la musica. Non mi piace nemmeno particolarmente il cinema. Ma è un mio gusto personale, e la cosa finisce lì. Ma in casa la tv ce l’ho e non la disdegno sempre e comunque, perché ci sono anche dei programmi interessanti, fatti bene e capaci di stimolare anche un bel dibattito: a me e a mio marito capita, quindi potrebbe capitare a tanta altra gente e questo penso che sia un bene. Così come credo che sia comodo avere sempre cos sé un telefono portatile, che se ti si spacca la macchina in cima a un cazzo di monte a Pasquetta puoi chiamare il fottuto carro attrezzi da dentro l’abitacolo, senza congelare o inzupparti d’acqua perché piove e tu devi scendere al primo centro abitato per cercare un telefono pubblico (ogni riferimento a fatti realmente accaduti a me, Chef e una coppia di amici nostri nel non troppo lontano aprile 2009 è puramente casuale).

Il fatto che io possa fare pubblicità ai miei romanzi, o a qualsiasi altro prodotto su internet, usandolo al posto del vecchio passaparola è una figata pazzesca.

Il fatto che possa farcire un supporto elettronico che pesa quanto una mela di libri e possa portarmelo ovunque senza dover abbattere milioni di alberi per poter leggere è MERAVIGLIOSO (nonostante io adori la carta stampata, ma sono un’ecologista piuttosto convinta e allora ben vengano gli e-book readers).

Il fatto che possa chattare in tempo reale con la mia migliore amica che vive dall’altra parte del globo è impagabile. Si ok, è bellissimo ricevere una lettera per posta: ma se lei, che vive da sola là ha bisogno ORA di un consiglio qualunque, dal più stupido al più serio, io o i suoi genitori o il suo avvocato possono aiutarla in tempo reale. Insomma, mica cazzi.

Non dover andare al fiume per lavare i vestiti, non dover usare la lisciva per lavare (male) i piatti: priceless. Molti fan del ritorno all’antichità, secondo me, non hanno mai fronteggiato l’emergenza della lavatrice e della lavastoviglie rotte.

 

5. Viaggiare

Un volta per andare negli Stati Uniti ci mettevi minimo due mesi (se non avevi preso il Titanic, in quel caso ciaone proprio). Comunque un sacco di tempo e a viaggiare erano solo gli straricchi. Adesso chiunque, anche una famiglia di 4 persone in cui i genitori lavorano e magari non ce li hanno 4 mesi per viaggiare, possono fare le valigie e vedere un posto diverso da casa loro. Viaggiare è un diritto di tutti, perché è una delle esperienze più belle, più uniche, più gratificanti e più emozionanti che una persona possa fare. Apre la mente, riempie il cuore e fa bene all’anima.

Quindi ben vengano gli aerei, anche se purtroppo inquinano. La vita è breve e il mondo è vastissimo: vederne il più possibile è quello che auguro a ognuno di voi.

6. Partorire

Mia nonna ci ha messo una settimana a far nascere mio zio e ha rischiato di rimanerci secca. Mio babbo è nato con il forcipe e gli è andata  culo: molti altri bambini estratti con quel cazzo di arnese sono rimasti lesi per tutta la loro vita. Molti bambini e molte mamme morivano per complicanze legate al parto (ipotermia, ittero, infezioni varie, emorragie e via discorrendo). Molte malformazioni non si potevano prevenire, a differenza di oggi. La più famosa è la spina bifida che si può prevenire con l’assunzione di acido folico. O la toxoplasmosi, che si può evitare se non si è immunizzate stando attente ai cibi crudi, lavati male e mettendo guanti e mascherina mentre si pulisce la lettiera del micio di casa. O anche l’ipotiroidismo, che fino al quinto mese di gravidanza può portate gravi scompensi al feto se non integrato con farmaci o rimedi comunque ad hoc.

Tutte cose per me ovvie. Molto molto meno ovvie per gente di sessantacinque anni, come mia mamma, che per i miei 2 fratelli grandi, nati negli anni 70, non ha nemmeno mai fatto un’ecografia, perché semplicemente non si facevano. Magari a Roma, a Milano e nelle altre grandi città italiane sì, ma a Riccione, dove comunque si stava già bene ma c’era sicuramente meno innovazione rispoetto ai grandi centri urbani, queste cose sono arrivate solo negli anni 80. E sono sempre in continua evoluzione.

E per fortuna.

Io ho avuto un parto molto difficile. Se fossi stata in casa forse – non è detto, ma comunque è probabile- le cose sarebbero state molto diverse, per me e per mio figlio.

Quindi quando sento che molte donne, nel 2014, partoriscono in casa perché è bello fare come una volta, io mi incazzo a mostro. Perdonatemi, avrete tutte le vostre buone ragioni, ma per me rimanete delle dementi, irrispettose nei confronti di tutte quelle madri che ancora oggi, purtroppo, sono costrette a rischiare la vita per far nascere i loro figli.

7. L’ istruzione

Mia mamma ha la quinta elementare: in famiglia erano 3 femmine e un maschio e, come da errato copione, si faceva studiare il maschio. Che, essendo maschio, nel 90% dei casi era pure vagabondo e testone e se finiva le serali era un miracolo. Mia mamma e le mie zie erano bravissime a scuola, ma si sono dovute fermare perché i soldi per farne studiare 4, non c’erano: non era solo cattiveria, era proprio necessità. A 10 anni sono andate a lavorare e zitti tutti. Ecco perché ci ha sempre tenuto, senza esagerare perché è una persona molto intelligente, la mia mamma, che noi studiassimo e seguissimo le nostre inclinazioni. Perché studiare per lei era qualcosa di bello e impossibile. E adesso per fortuna è un diritto di tutti, qui in questo occidente così osteggiato da tutti questi alternativi a tutti i costi (molti dei quali, guarda un po’, pure fuoricorso). Dovremmo ricordarcelo un po’ più spesso: una volta si viveva in maniera più semplice anche perché c’era molta più ignoranza di oggi.

8. La libertà d’espressione.

Fare outing fino a qualche decennio fa non era così popolare. Nonostante la strada verso la perfezione sia ancora lunga e irta di pericoli e avversità, oggi è più facile vivere se sei un “diverso”, rispetto a 50 anni fa. Essere gay, ad esempio, oggi è comunque meno complicato che cinquant’anni fa. Vale per tutto: nonostante la xenofobia e l’ignoranza ancora dilaganti, oggi come oggi una persona di colore diverso è meno osteggiata rispetto agli anni 50 o 60 e non mi riferisco solo all’Italia (Mississippi Burning docet). Ripeto, la strada è in salita: ma secondo me abbiamo imboccato quella giusta. E questo è dovuto comunque al fatto che la gente esce di più, viaggia di più, si informa di più e,anche se controvoglia, studia di più. L’accesso, anche forzato, all’informazione fa bene a tutti. Ci sarà sempre lo stronzo razzista, per carità. Ma meno ignoranza c’è, meglio si vive.

I nostri nonni guardavano atterriti un uomo di colore: il diverso spaventa finchè non lo conosci e noi, volenti o nolenti, con l’integrazione razziale e con le differenze di religione, sessualità e usanze ci stiamo facendo i conti e stiamo imparando lentamente a conoscerci. E per fortuna, aggiungerei.

9. L’emancipazione femminile.

Lo so, ci sono ancora tantissimi episodi di violenza contro le donne. Il male nasce e cresce con l’uomo e temo che per quante leggi e restrizioni e provvedimenti si prenderanno, ci saranno sempre dei soprusi nei confronti dei più deboli, donne comprese.

Però.

Insomma, non so lì dove state voi, ma qui una cinquantina/sessantina di anni fa c’era una mentalità piuttosto terzomondista. Del tipo che le ragazzine che restavano incinta andavano a sposarsi alle cinque del mattino perché si vergognavano. E comunque, venivano costrette a sposarsi, quando andava loro di lusso. Avete visto il film Magdalene? No? Eh, guardatelo.

E il divorzio? Ciao proprio: stavi lì con il tuo bel culo, e dovevi anche startene zitta.

Di lavorare non se ne perlata, il tuo lavoro erano la casa e i figli. E i figli se arrivavano te li zuzzavi tutti, a tutti i costi. A scuola potevi anche non andare, che tanto a cosa ti serviva? (vedi punto sette).

No grazie.

Al mito della nonna contadina che metteva tutti attorno a una bella tavola la domenica con quello che la terra le  dava, che si faceva andare tutto bene ed era più felice di me io non ci credo. Anzi, ci posso anche credere (anche perché non è che avesse delle grandissime alternative, mi pare), ma non fa per me.

Io preferisco poter scegliere se fare un figlio, con chi e quando. Preferisco avere la possibilità di mandare a cagare uno stronzo che mi tradisce da anni e di cambiare tutte le serrature di casa mentre lui è a scoparsi l’amante. Preferisco lavorare piuttosto che diventare l’angelo del focolare.

Poi non è che tutte debbano fare per forza come me. Però io credo che nessuna, nessuna delle mie amiche, farebbe a cambio con sua nonna.

 

10. Il cibo

Sul cibo ne sto sentendo di ogni, dalle mode alimentari alle teorie del complotto che in confronto le scie chimiche è acqua fresca, alle teorie più talebane e ortodosse e folli.

Il fatto che quello che mangiamo oggi sia qualitativamente meno buono è purtroppo un fatto.

Credo che sia l’unico punto sul quale devo ammettere che sì, una volta era meglio.

Ma dato che è molto difficile tornare indietro a quando si andava a prendere l’acqua con il secchio di legno, tanto vale sedersi, fare un bel respiro e riflettere.

Siamo malati di cibo. Sta diventando un’ossessione a 360 gradi. Da chi si nutre solo di mondezza (leggi mc donald è affini) a chi invece è talmente fissato con il cibo sano che se gli offri un biscotto confezionato non lo porta nemmeno alla bocca: di matti ce n’è sempre di più.

Io preferisco seguire la cara vecchia regola del buonsenso (questa sì, imparata da quelli di “una volta”): cibo legato alle stagioni, e soprattutto POCO. Se vuoi campare a lungo e bene devi mangiare variato e in quantità tendenzialmente scarse. Meno ti appesantisci e meglio stai. Le energie, contrariamente a quello che si pensa, aumentano se cali un po’ la quantità di quello che mangi. Perché ok il bio e il certificato, ma non è che se ti mangi due kg di pane fatto con la farina più buona del pianeta poi non ingrassi o non ti appesantisci.

Buon senso e mezze misure.

Il primo ce l’ho sempre avuto, sul secondo ci sto a fatica lavorando. E i risultati li sto cominciando a vedere e non solo in termini di calo di ciccia: sono più sveglia, più volitiva e più energica. E, particolare non trascurabile, meno fissata.

E COMUNQUE

Se dopo questi dieci punti avete ancora voglia di fare un bel ritorno al mondo antico sappiate che

a) non si può

b) non durereste manco dieci minuti (che siamo tutti abituati non bene, di più)

c) non è detto che vi ci vogliano. Io non vi vorrei manco dipinti, ad esempio.

15 commenti Aggiungi il tuo

  1. M. ha detto:

    Se sei del Sud non ho idea di come funzionasse ai tempi, ma da me al Nord i miei nonni (lei del ’25 lui del ’19), a parte un’infanzia/adolescenza difficile a causa della guerra, si sono sposati, hanno acquistato con fatica un piccolo bilocale (nessuno dei due era ricco di famiglia, lavorava solo mio nonno) e ci hanno cresciuto 5 figli, ma mai è mancata l’acqua corrente o il riscaldamento. Ai miei nonni sì, ma ai miei genitori no, a quanto ne so, così come hanno potuto diplomarsi frequentando scuole pubbliche e lavorando, ed anche viaggiare (usando macchina e tenda). E qui non conosco nessuno nato tra gli anni ’45-’60 che abbia avuto i problemi che citi qui sopra. Non sto dicendo che hai scritto fregnacce bada, sono sinceramente stupita e curiosa.
    Ad ogni modo, io credo che chiunque si lamenti del presente e rimpianga il passato non pensi minimamente a questioni (seppur fondamentali) come l’acqua corrente o il riscaldamento: fanno pensieri nostalgici sull’orticello con i pomodori e i cetrioli del nonno, le famiglie numerose, la minor concorrenza in vari ambiti lavorativi, alcune donne si lamentano del fatto che una volta erano libere di fare le mamme e basta ed ora invece hanno il triplo delle responsabilità, si sentono più sotto pressione, ecc. La nostalgia per il passato credo sia insita in ciascun essere umano, ma nessuno si rende veramente conto di ciò che dice, a mio parere. Per quel che riguarda la tecnologia, ave a lei, anche se lo spettacolo di 10 persone sedute ad un tavolo che invece di parlarsi chattano su Facebook, è piuttosto deprimente 😉 Ma questa è esasperazione, sta nell’intelligenza di ciascuno usare correttamente i mezzi che oggi abbiamo a disposizione.
    Per quanto riguarda il cibo, vero, poco e vario. Sono giorni che tento di esaurire gli avanzi di lasagne e mi sento tale e quale ad un palloncino rigonfio d’elio, uno straccio vecchio, un bradipo. Che schifezza.

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    1. Laura ha detto:

      Ciao M! (fan di James Bond?)
      è scritto più volte nel post di dove sono io e da quali fonti ho attinto, ne segue che forse non hai letto molto attentamente quello che ho scritto.
      Sono di Riccione. Che adesso è un gran bel posto per vivere, ma ti assicuro che nell’immediato dopoguerra qui non c’era un cavolo di niente, per la stra grande maggioranza delle persone.
      è stata mia premura specificare anche che molto probabilmente nelle grandi città del nord la realtà fosse diversa 🙂

      Ad ogni modo: no, io mi riferisco a chi davvero è convinto che una volta fosse meglio e che con l’avanzare della modernità si siano perse tante cose meravigliose e utili e via dicendo. Purtroppo ce ne sono e temo che siano in crescita. I nostalgici dell’orto di nonna mi fanno sorridere e come dici giustamente tu siamo un po’ tutti così.

      Ho conosciuto gente che ha voluto intenzionalmente partorire in casa, altra che cura i propri figli e se stesso con medicine alternative e teme gli antibiotici e gli antipiretici manco fossero il Male Oscuro e che ti guarda con commiserazione se non fai altrettanto. Ci ho litigato vis à vis, con queste persone, purtroppo. E avevo bisogno di sfogarmi.
      Sarà stata colpa della varicella (e della dose massiccia di antistaminico), che vuoi che ti dica 😀

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  2. M. ha detto:

    Non so perché ma leggendo ero convinta che tu abitassi a Riccione ma nonni e genitori fossero più al sud ai tempi. Ad ogni modo non ero a conoscenza nemmeno di una situazione simile a Riccione, ero convinta che almeno in una buona fetta d’Italia, Emilia compresa, non ci fossero alcuni tipi di problemi che hai citato nell’immediato dopoguerra. Bon, ho imparato una cosa nuova. Io comunque vorrei vederle, le persone anti antibiotici a tutti i costi, cosa farebbero con 40 di febbre in preda ai deliri, o a chi si rivolgerebbero in caso di complicazioni durante il famigerato parto in casa. Si comportano e dicono certe cose perché hanno la possibilità di scegliere, la possibilità di ricorrere a cure realmente efficaci in caso di malattie gravi. Li vorrei vedere, catapultati nel secolo scorso. Comunque io non ho mai incontrato persone tanto fissate. Al massimo persone riluttanti ad usare antibiotici o che non prendono una tachipirina appena gli gira un po’ la testa (e questo può anche essere corretto) ma di questi individui antimodernità a tutti i costi ancora non ne ho visti :sarebbe interessante scambiarci due chiacchiere.

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    1. Laura ha detto:

      Oh beh, se è per questo ho sentito con le mie orecchie una mamma nella sala d’aspetto della pediatra che diceva che lei a suo figlio l’aerosol con il cortisone non glielo avrebbe fatto manco morto, figuriamoci poi se gli dava l’antibiotico. è uno studio associato di pediatri e tra i diversi medici c’è un omeopata.
      Io non ho niente contro l’omeopatia. L’ho provata anni fa su di me per l’emicrania e con me non ha funzionato. Può darsi che non fosse la cura giusta, va a capire.
      Però se tu madre non curi il tuo figlio piccolo per partito preso, per me sei e rimani una scriteriata.

      Non so quanto potresti trovare interessante scambiare 2 chiacchiere con questi soggetti qui. Io ho discusso una sera intera con una ventina di vegetariani/vegani e ti assicuro che non è una cosa piacevole. 🙂

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  3. Graziella Carnevali ha detto:

    Cara Laura, sono assolutamente d’accordo su tutto! Ma TUTTO TUTTO TUTTO. Anch’io sono cresciuta con una nonna che viveva senza riscaldamento, con la ghiacciaia fuori che veniva riempita di giaccio il venerdi quando arrivava l’omino del ghiaccio, e da bambina mi divertivo moltissimo di queste cose (perchè poi a casa mia avevo riscaldamento e acqua calda), ma i racconti di mia madre (cresciuta durante la seconda guerra mondiale) non erano proprio divertenti.Bagno insieme a sua sorella nel secchione in cucina, dove c’era la stufa-cucina, ed era l’unico locale riscaldato, una volta la settimana, i salti mortali di mia nonna per dar loro da mangiare durante il razionamento, gli studi a Pavia (perchè mio nonno era persona speciale e lungimirante e mia madre, portata per gli studi, fra mille sacrifici, l’ha fatta laureare) , vivendo in cinque in un monolocale non riscaldato, privo di acqua calda, e viaggiando in bicicletta da Pavia a Crema per tornare a casa. Mio padre faceva Monza-Pavia in bicicletta, per lo stesso motivo. Il pollo, quando andava bene, e si aveva un amico contadino, solo la domenica. Ci scordiamo i bambini malati di pellagra, a causa della cattiva alimentazione? Le mie compagne di scuola (anni ’60 inoltrati) nelle campagne dell’Oltrepò (allora poverissimo) venivano a scuola in ciabatte perchè i genitori non avevano soldi per le scarpe. Chi rimpiange quei tempi secondo me è sostanzialmente ignorante. Cara M. purtroppo di gente così nella rete c’è ne è a bizzeffe, c’è anche chi mitizza “il razionamento” dei cibi negli anni ’40 attraverso il suo blog. Dimenticandosi che oggi abbiamo una cosa preziosissima: lalibertà di scegliere. Chi vuole vivere solo con ilcamino acceso, mangiare come nell’800, e vestirsi come i pionieri americani può farlo, e cambiare idea poi quando vuole, Allora erano costretti, e nessuno l’ha mai descritta come una gran goduria. Compreso il parto a casa. Vallo a dire a chi ha fatto un travaglio di tre giorni (come mia madre, che comunque ha partorito in ospedale), e l’epidurale non c’era, e alla fine mi hanno tirata fuori con il forcipe, rischiando di procurarmi danni (per fortuna il ginecologo era Bravo!!!) irreparabili. Ora se vuo partorire a casa hai la siciurezza dell’ambulanza che , se succede qualcosa, in cinque minuti arriva e ti porta in ospedale (credo anche che sia prevista per legge). L’unica cosa secondo me positiva di quei tempi, e che oggi manca, è la voglia di condivisione e solidarietà, e molta più onestà. Ma questo dipende da noi, non dal tempo in cui viviamo. Il rischio però di tornare a quei tempi, se continuiamo ad avere un governo che ci impoverisce, c’è, e francamente mi terrorizza.

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    1. Laura ha detto:

      Graziella, hai centrato in pieno il concetto che volevo esprimere: quello della libertà di scelta. Peccato che in pochi, pochissimi se ne rendano conto. E che ancora meno si informino per bene.
      Lo ripeterò fino allo sfinimento, a costo di diventare pesante come un macigno: bisogna informarsi e poi parlare. E per “informarsi” intendo fare ricerche, chiedere, pretendere spiegazioni.
      Ci siamo ridotti che abbiamo paura di fare domande: troppo sbattimento, poi tanto trovo tutto su internet.
      Eh, infatti si vede, mi vien da dire.

      Io ho fatto un travaglio di 20 ore. Senza epidurale. Una sciccheria. Poi cesareo d’urgenza. Quindi beh, io per un eventuale secondo figlio ci torno ben volentieri in ospedale.

      E sulle donne che lavorano e si lamentano: sono delle ingrate. Per quanto un lavoro ti può fare schifo, dovresti ringraziare tutti i santi in paradiso per averne uno, di sti tempi. E poi insomma, vuoi mettere l’indipendenza economica? Ma quanto è umiliante dover andare dal marito a chiedere i soldi per fare la spesa o, peggio ancora, per andare dal parrucchiere e poi magari sentirsi anche rimproverare che “spendi troppo”?
      E hai un sacco ragione quando dici che i mariti/compagni dovrebbero aiutare di più. Se le loro mamme li hanno tirati su male, non è troppo tardi per cambiare le cose: a meno che non ci si è sposati un uomo delle caverne, se gli si chiede una mano lui è ben disposto a dartela. E se non è disposto a dartela beh, allora basta lasciarlo arrangiare per un po’: scommettiamo che quando non trova da mangiare fatto e le maglie belle stirate poi si rimbocca le maniche pure lui?
      Ricordiamoci sempre che per ogni maschilista troglodita c’è una donna molto spesso (non sempre, ma molto spesso) volontariamente sottomessa. Sto mito di wonder woman che fa tutto stra bene ha rotto le palle: la parità comincia dal dividersi i compiti. Altrimenti, meglio star da sole.

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  4. Graziella Carnevali ha detto:

    Per M. Per quanto riguarda le donne che rimpiangono la libertà di un tempo di poter fare le mamme senza lavorare ricorderei loro che non era affatto una libertà, ma una costrizione. E, visto che non lavoravano, erano pure costrette a stare con il marito che avevano anche se le tradiva, o le picchiava, perchè erano da lui mantenute. E, a parte le mogli ricche, le altre non se la passavano un granchè bene, a lavare i panni nel Ticino. Poi, non è che non lavorassero: in campagna andavano a raccogliere il riso (e questo fino alla fine degli anni ’50), a vendemmiare. E coltivare l’orto (a meno che tu non abbia un giardiniere) significa spaccarsi la schiena a zappare per preparare la terra, vangare, concimare, avere le unghie costantemente sporche (perchè poi le mani nella terra le devi mettere), innaffiare ogni giorno alle sei del mattino perchè dopo fa troppo caldo, o verso mezzanotte, inseguita da nugoli di zanzare. Ecco, io lo faccio, perchè poi mangiare pomodori dal gusto ineguagliabile mi ripaga di tutta la fatica, ma “scelgo” di farlo. Capisco che molte donne fanno un lavoro che a loro non piace (ma questo non dipende dalla modernità) e poi devono anche curarsi i figli e pulire casa, ma le donne del Nord Europa, che lo fanno da generazioni, non sono così infelici: basta farsi aiutare dal “maritino” e se la casa è sporca chiudere un occhio (o anche due). Vivere di falsi miti, senza guardare in faccia la realtà, oggi mi sembra un vizio diffuso e pericolosissimo. Ripeto, ahimè dettato da una grande ignoranza di fondo.

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  5. ellee8484 ha detto:

    Concordo su tutto, ma volevo fare un appunto sulla frase che i poveri sono più felici..beh, mi dispiace contraddirti ma è vero. Ho avuto la fortuna di passare due settimane in una favela brasiliana e ti assicuro che, per quanto le condizioni di vita siano difficili e tutti abbiano 183737mila problemi, non ho visto nessuno in preda alla depressione o alla disperazione, anzi..la cosa che mi ha colpito di più è stata la felicità negli occhi dei bambini che scalzi, in costume da bagno sotto il sole a picco ricorrevano una palla fatta di non so che in mezzo a una strada di fango battuto. Una felicità che qui io non vedo mai in nessun bambino, sinceramente.

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    1. Laura ha detto:

      Credo che sia naturale non soffrire di depressione quando la tua priorità è sopravvivere e fare in modo che anche le persone che ami arrivino a fine giornata.
      Ma credo che queste persone, potendo scegliere tra la loro vita e la mia, che me ne sto al caldo e ho la pancia piena e se mi viene l’influenza so di non morirne, sceglierebbero la mia.
      Con tutto il rispetto per la tua esperienza, che sicuramente è stata bellissima e formativa, io non credo che 2 settimane siano sufficienti per affermare una cosa del genere: insomma, tu riusciresti ad affermare che i bambini di strada, costretti a prostituirsi anche a 5-6 anni per sopravvivere, sono felici?
      Altri bambini sniffano colla o imbracciano fucili per farsi ammazzare in guerre terribili. Altri semplicemente muoiono di fame, di tetano, di polmonite, di infezione.
      Non credo che questo sia essere felici. Il bello dei bambini è che sono incoscienti: quindi anche questi bambini, che vivono l’inferno del terzo mondo, quando si ritrovano assieme fanno l’unica cosa che gli viene naturale, cioè giocare tra di loro, con quello che trovano. Ma da qui a dire che sono più felici dei nostri figli beh, mi sembra un po’ azzardato, se devo essere onesta.
      Personalmente, posso dire con certezza che mio figlio è un bambino felice: i suoi occhi ridono mentre corre dietro a un pallone o mentre gioca con il suo gatto o mentre gioca con i suoi amichetti all’asilo o al parco.
      Credo che anche questa cosa dei bambini occidentali di oggi che non sono più felici e che non sanno più stare tra di loro serenamente sia un po’ troppo fare di tutta l’erba un fascio. Certo, ci sono i bambini viziati, o i bambini lasciati per ore davanti alla tv o a giocare con il tablet di mamma e questi bambini mi fanno un po’ tristezza e un po’ pena: ma mi fanno comunque meno tristezza e pena di un bambino della stessa età che muore di fame.

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  6. ellee8484 ha detto:

    no beh diciamo che il mio punto di vista va oltre le due settimane di “vacanza”, visto che sono sposata con uno di quei “bambini” 🙂

    Quello che intendevo dire è che nei paesi più poveri c’è un altro concetto di felicità, che qui purtroppo si sta andando perdendo sempre di più. E’ la felicità fatta delle piccole cose, dei piccoli traguardi. Qui ormai la gente è ANNOIATA di tutto, da per scontato tutto, mentre lì piccole cose come possono essere una gita al centro commerciale o un pranzo al fast food è visto come una cosa eccezionale e bellissima. E’ una diversa filosofia di vita quella di cui parlo, quella grazie alla quale (come dice sempre mio marito), se un povero diventa ricco e poi torna povero non ne fa un dramma, ma se un ricco diventa povero allora va in crisi totale… cosa che sta accadendo anche nel nostro paese, se ci fai caso!

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    1. Laura ha detto:

      Non nego che sia vero il fatto che nei paesi poveri le persone riescano a godersi al cento per cento le cose belle che la vita gli da, che ci sia più spirito di condivisione e più altruismo che in occidente, ma credo che queste condizioni siano bene e spesso determinate dalla necessità.
      E ho personalmente conosciuto persone che sono arrivate in Italia con le pezze al culo (pardon il francesismo) e che qua hanno migliorato la loro condizione e sai che cosa mi ha confidato una volta uno di loro? Che la sua più grande paura era di ritornare povero come prima. Quindi non so fino a che punto sia vero il concetto del “se conosci la miseria poi fai meno fatica ad affrontarla per una seconda volta”, credo che dipenda anche molto dall’indole di ognuno di noi. E credo che la povertà sia una cosa tremenda, una cosa che andrebbe combattuta e debellata.

      Comunque quello che mi fa davvero arrabbiare sono tutte queste persone molto benestanti che magari fanno un viaggetto in un paese del terzo mondo e si permettono di dire che “ah loro si che stanno meglio”.
      Io credo che l’unica lezione di vita che si possa trarne sia quella che hai evidenziato tu: fare tesoro di quei bambini che nonostante tutto riescono ancora a giocare e insegnare ai nostri figli ad amare quello che hanno. Che è quello che mi ha insegnato la mia mamma, che era povera davvero e che a otto anni andava a lavorare in un laboratorio di maglieria, per otto ore al giorno. L’Italia anni 50, prima del boom era davvero quasi terzo mondo.

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  7. Graziella Carnevali ha detto:

    Di nuovo,Laura, come hai ragione! Ammantare la povertà di qualcosa di “romantico” non solo è, secondo me, veramente falso, ma anche pericoloso. Vuol dire darci l’alibi di non combatterla. Non so in quale favela tu sia stata ellee8484 e da dove provenga tuo marito, io ho visto a Rio de Janeiro (ospite di un’amica brasiliana, quindi in viaggio-non-becero-turistico) bimbi piccolissimi che sniffavano colla di pesce (come dice Laura) per non sentire la fame, scippavano turisti mettendo a rischio laloro vita: in quel periodo c’erano ronde di uomini armati che sparavano e uccidevano questi bimbi, quando si ritrovavano a dormire in gruppo. Se, in quella vita , e non avendone conosciuto un’altra, riescono a mangiare magari un pezzo di pane e avere dieci minuti di serenità con un pallone certo che i loro occhi ridono! Ma per favore non prendiamoli ad esempio, davvero mi sembra fuori luogo. Quanto ai “nostri” bimbi infelici beh…gli sono toccati due genitori imbecilli, ma potranno rifarsi quando, un pò più grandi, e avendo il lume della ragione, potranno mandarli a fannculo (e scusa anche il mio, di francesismo) . Se vorranno. Mi sembra comunque un bel privilegio.

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    1. Laura ha detto:

      Vero, la spocchia di molte persone ammanta la povertà e il disagio di un romanticismo davvero fuori luogo (e ovviamente non mi riferisco a te Elleelle!).
      Oltre al viaggio che “apre la mente” bisognerebbe anche fare i conti con la tremenda realtà dei fatti: ci sono posti in cui non viene rispettato nessun diritto umano fondamentale. Posti in cui il turismo del sesso la fa da padrona. Posti in cui i talebani si fanno esplodere davanti alle scuole e per fermarli i ragazzini rischiano e perdono la vita.
      Posti in cui lo stupro su una donna è tollerato dai più perché è quasi un fattore culturale.
      Ecco, questa è la realtà che purtroppo c’è: fa male conoscerla, fa male ammetterla. Ma c’è, non si può (e non si deve negare): si deve combattere. magari iniziando a conoscerla, anche dal divano di casa propria.

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  8. Alessandro G. ha detto:

    ‘spetta però: non è mica detto che il “si stava meglio una volta” si debba riferire per forza a 60 anni fa (o addirittura agli anni 30).
    Andiamo indietro di una trentina o quarantina di anni.
    Si, lo so che c’era la guerra fredda (che quando vidi “The Day After” da bambino rimasi mezzo traumatizzato) e il terrorismo, gli anni di piombo ecc ecc, ma a parte quei poveracci che si sono trovati nella banca o sul treno sbagliato, sul 99,999999% della gente quelle storie non hanno impattato.
    In compenso i miei hanno costruito 250mq di casa (su 2 piani) pagando i debiti in 12 anni (impiegato lui, infermiera lei). In compenso c’era lavoro, e tanto, e a tempo indeterminato. In compenso potevi andare a comprare il pane dal “prestiné” in centro paese (dove oggi c’è il comprooro), e magari fermarti accanto alla merceria (dove oggi c’è solo una serranda chiusa) a vedere se avevano stoffe nuove. E capitava pure che avevi il tempo per cucirtelo un vestito, con quelle stoffe. E non entravi nel girone dantesto del “centro commerciale al sabato”.
    E, anche se avevo 8 anni, nel campo davanti casa mi facevano guidare il trattore, perché non c’erano tutte le seghe mentali di adesso con millemila leggi (spesso inutili) per cercare di tutelare il rincoglionito che riuscirebbe a farsi male pure preparando pasticcini. E per lo stesso motivo a 13 anni (1988) potevo andare in falegnameria in estate ed imparare un po’ di discliplina aiutando il falegname 4 ore al giorno, o (1989) ad aiutare il meccanico del paese (cosa che per altro mi ha fatto risparmiare migliaia di € in meccanici negli anni successivi).
    E al pub magari da 16enni magari ci si ubriacava pure, magari pure le canne ci si faceva, ma almeno lo si faceva PARLANDOSI, e non pistolando su smartcosi come mi capita spesso di vedere ora.
    E nonostante tutto siamo sopravvissuti…

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    1. Laura ha detto:

      No beh, ma io sono d’accordo con te. Anche perchè mi hanno cresciuta allo stesso modo e sono in ottima forma 🙂
      Io mi riferivo proprio a quelli che decantano i tempi antichi, quelli che “bisognerebbe riscoprire le tradizioni contadine, vivere con la saggezza dei tempi dei nostri nonni”. le palle. Io col cazzo che la farei, la vita che ha fatto la mia nonna. ma manco morta.

      Ah, per la cronaca: io uno che si è fatto male preparando un dolce l’ho conosciuto eh. Ci sono. ma secondo me NON VANNO ASSOLUTAMENTE TUTELATI. Vanno lasciati senza salvagente in mare aperto, così magari si svegliano un po’.

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