Chef Confidential- capitolo uno

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A tutti quelli che vogliono fare lo Chef perché adesso va tanto di moda. A voi, che credete davvero che stare in una cucina professionale, a 50 gradi, con l’ansia da prestazione e le mani tagliate e rovinate sia una figata pazzesca, dedico le prime righe del mio –forse- nuovo romanzo.

Così magari vi fate un’idea e scendete da quel cazzo di pero, una volta per tutte.

Capitolo Uno 

C’è qualcosa di diverso, nella luce di giugno. Anche l’aria cambia, comincia a farsi calda già dalle prime ore del mattino e tutti i suoni si amplificano, come a voler ribadire il concetto che l’estate è alle porte, che sta cominciando quella stagione fatta di sabbia tra le dita dei piedi e nei capelli, di sguardi sfuggenti, di pelle dorata dal sole, di tramonti liquidi e accesi, di notti insonni, di salsedine e cocktail ghiacciati, di frutta e verdura e gelati a nastro, di pigri pomeriggi passati a leggere sotto l’ombrellone. Una stagione in cui la testa si fa più leggera, le preoccupazioni tendono a diminuire e le responsabilità si posticipano.

Con giugno, iniziano le vacanze.

Per le persone normali, sì, l’estate è tutto questo.

Per gli stronzi come me, si disse Diego, l’estate è solo un fottutissimo incubo. E mentre cercava di riordinare la confusione che aveva in testa, si trascinò fuori dal letto con un basso rantolio, dirigendosi con gli occhi semichiusi e il braccio sinistro a proteggersi lo sguardo ancora annebbiato dal sonno verso il bagno. Il getto bollente della doccia gli strappò un urlo, ma almeno si svegliò un po’. L’estate: che stagione di merda. Per quelli come lui non c’erano pomeriggi passati a giocare a beach volley sulla spiaggia, né barbecue in campagna o domeniche libere per dormire e rilassarsi. Per uno chef, queste cose facevano parte di un’esistenza parallela o di un’infanzia di cui ormai si era persa la memoria: l’estate era solo sinonimo di sudate inenarrabili, mancanza di sonno e rotture di palle a non finire.

Una volta fuori dalla doccia impiegò una decina di minuti buoni per decidere se rischiare di auto decapitarsi nel tentativo di radersi, o soprassedere, presentarsi conciato come uno zingaro fatto e finito al lavoro e fumarsi una sigaretta sul cesso, sperando di liberarsi un po’ dal mix letale di superalcolici e hashish della sera precedente. Optò per la seconda, che tanto lui era lo chef e nessuno avrebbe osato dire niente, riguardo la sua barba.

Si prese la testa fra le mani: le tempie pulsavano più di un best of di musica techno e la nausea non accennava ad andarsene, nonostante la doccia e la parziale liberazione del suo intestino. Si diede dell’imbecille, dello stronzo e del coglione, non necessariamente in quest’ordine, mentre si lavava denti e faccia: lo sapeva, che sarebbe andata a finire così, che quando uno compie trent’anni non è che può bersi solo un paio di prosecchi per festeggiare. Eh no. Bisogna andare in disco, fare le cinque e mezza, arrivare a casa più morto che vivo, magari anche in compagnia, che non guasta mai. Decisamente l’autocontrollo non era arrivato assieme agli altri regali, la sera prima. Fissò lo specchio: l’immagine resa non era comunque delle più impietose. Certo, se avesse dormito qualche ora, anziché divertirsi con come si chiama che dorme nel mio letto, probabilmente non avrebbe avuto occhiaie così profonde da intenerire anche un panda. E se avesse avuto un lavoro di ufficio normale, avrebbe potuto prendere un po’ di sole per togliersi quel pallore mortale dalla faccia. Ma le donne gli piacevano troppo e lui piaceva a loro. E stare davanti a una scrivania, magari a far da sottoposto al classico manager cinquantenne che gira in spider e cappellino da baseball e si scopa le segretarie ventenni beh, preferiva farlo fare ai suoi amici. Lui era un animale diverso, non amava avere nessuno sopra di sé, a meno che non avesse capelli lunghi e una quarta di reggiseno.

E a proposito di reggiseni, si ricordò che forse avrebbe dovuto svegliare la signorina che russava nel suo letto: sapeva che lo aspettava una giornata di merda e al suo ritorno, la sera, non avrebbe voluto vedere nessuno. Le mise una mano su una spalla, cominciando a scuotere piano: di rimando gli arrivò un grugnito che avrebbe fatto impallidire il peggiore orco della più cruenta fiaba fantasy. Decise di passare alla modalità frullatore. 

– Hey! Cazzo, ti svegli o no?- le urlò a mezzo centimetro delle orecchie. La principessa, finalmente, si riebbe.

– Ma sei scemo?!?- gli gridò lei di rimando, mettendo la testa sotto il cuscino. Lui sospirò.

– Bella, mi sa che non hai capito. Io sto andando a lavorare e tu stai andando a casa tua.

– Pensavo che avremmo fatto colazione insieme…- balbettò lei, cercando di simulare lo sguardo di Bambi dopo che il cacciatore gli ha ucciso la mamma. Diego sospirò, scuotendo la testa: non era nemmeno brava a recitare. Si vede che ero proprio ubriaco, ieri notte, si disse.

– Io non faccio mai colazione. E sono in ritardo per andare al lavoro. E quando torno non voglio compagnia. Chiaro?- uh,  si chiese se non fosse stato un po’ troppo duro. Ma quando la vide sorridere fu davvero tentato di tirarle un destro: cosa c’era di comico? Forse il fatto che fosse domenica e lui, per la miseria, doveva andare a lavorare? A lui non faceva ridere.

– Beh, allora dovremmo salutarci come si deve…- mugolò lei, tirandosi a sedere sul letto e lasciandosi ammirare in tutta la sua nuda e statuaria bellezza. Diego ebbe un sussulto e non solo lui: qualcun altro reagì a quella vista magnifica. Avrebbe fatto schifosamente tardi. Poi se ne sarebbe davvero pentito. Sì perché sarebbe stato in affanno fino al servizio di mezzogiorno, sicuramente sarebbe andato storto qualcosa, poi il suo umore sarebbe precipitato verso lo schifo più totale ed avrebbe concluso i servizio serale a bestemmie e urli in faccia ad ogni cameriere. Però lei le aveva già messo le braccia attorno al collo e la sua pelle odorava di buono e quel corpo perfetto era lì, disponibile e pronto a farsi accarezzare e piegare e sottomettersi.

– Fanculo!- disse lui prendendola in braccio e soffocando i suoi gridolini premendo le sue labbra su quelle di lei.

Ogni pronostico fu disatteso: se, su una scala da uno a dieci in cui uno è perfetto e dieci è merda totale, aveva immaginato di totalizzare un bel dieci beh, dovette ricredersi e allungare la scala dello schifo fino almeno a venti. Sapeva di dover ingranare la quinta per sfamare i centocinquanta clienti dell’albergo entro l’ora di pranzo, ma non aveva messo in conto che il lavapiatti camerunese si sarebbe mozzato una mano con un bicchiere rotto proprio prima dell’inizio del servizio. Oltre al disagio di dover pulire fiotti di sangue un po’ dappertutto, ci fu il parapiglia della medicazione. Eh si perché ovviamente il lavapiatti non era in regola nemmeno da lontano e quindi nessuno chiamava l’ambulanza. E nessuno però voleva mettere mano a una ferita del genere, che se poi si sbaglia e questo ci rimane secco? Diego perse la pazienza, lanciò due urli ben assestati farciti con un paio di imprecazioni belle colorite, prese nastro, bende, garza e disinfettante e cominciò a sistemare alla meno peggio la mano del povero Josef, ormai sul punto di svenire. E un nero di due metri steso in mezzo alla cucina a mezzogiorno meno dieci è una cosa che non si augura a nessuno, nemmeno a quello che ti ha rubato la morosa, o allo stronzo che ti ha rigato la macchina.

– Grazie Capo.- balbettò Josef, infilandosi un guanto in lattice sulla mano appena medicata. Diego impallidì.

– Cosa credi di fare?

– Io finisce di lavare piatti Capo.

– No. Tu prendi la porta e vai a casa. Anzi, vai diretto al pronto soccorso e ti fai vedere quella mano.

– Ma io no permesso di soggiorno. No contratto. Se loro scopre io perde lavoro.

E mentre Diego stava per replicare che era meglio perdere il lavoro che la mano, che tanto di gente che ha bisogno di un lavapiatti faceva in tempo a trovarne da farsi passare la voglia, ecco sbucare da non si sa bene dove il direttore dell’albergo. Soprannominato il Maledetto, aveva la cattivissima abitudine di materializzarsi dal nulla, solitamente nei momenti peggiori, dicendo la cosa più sbagliata o irritante. Lecchino con il padrone e bastardo fino al midollo con i sotto posti, si trascinava appresso una mole scomoda e fastidiosa alla vista: era alto, pelato, con un colorito biancastro tendente al verdognolo, occhiali spessi con montatura di tartaruga, vestito a giacca con cravatta regimental e camicia con colletto inamidato talmente inamidato da far sperare la strozzatura del soggetto. Il Maledetto aveva di primo acchito la stessa forma di un gigantesco birillo; ad un osservatore più attento invece la pancia un po’ cascante, i baffi folti e l’occhio spento rimandavano subito l’immagine di un tricheco travestito da umano. Tutto il personale lo odiava, ma sicuramente Diego staccava tutti di una dozzina di lunghezze.

– Basta che non fai il nome dell’albergo eh in ospedale, mi raccomando.- blaterò. Pure la r moscia aveva, il bastardo. – Per il resto…-

Per il resto poteva anche morire, non gliene sarebbe fregato niente a nessuno. Bastava che non si sapesse che il Quattro Stelle più in di Rimini assumesse manodopera clandestina in nero. Come se non lo sapesse nessuno, come se non lo facesse nessuno, di assumere manodopera in nero, clandestina e sottopagata. Trovare un dipendente assunto regolarmente nelle strutture ricettive riminesi era un po’ come cercare una vergine in una casa chiusa.  Diego si voltò di scatto, lanciando un’occhiata tagliente al Maledetto, ma non disse niente, non ne valeva la pena. E poi era stanco e tormentato dalla nausea e tutto quel sangue non aveva sicuramente reso le cose più semplici. Accompagnò Josef alla porta e gli diede una pacca sulla spalla. Sapeva che non l’avrebbe rivisto più, quel ragazzone che lo chiamava Capo e che gli asciugava i coltelli con uno straccio pulito e glieli metteva via nell’astuccio precisi come fossero stati i suoi. Sorrideva sempre, Josef: che cazzo avesse poi da sorridere, Diego proprio non lo sapeva. Come minimo aveva moglie e figli e mille altri parenti in Africa che aspettavano i suoi miseri seicento euro mensili per tirare a campare, e sicuramente aveva immaginato una vita diversa dal lavare piatti in un buco di cucina a cinquanta gradi, dal dormire assieme ad altri dieci sfigati come lui, dall’essere trattato come o anzi peggio di una bestia dai bravi signori evoluti dell’occidente.

– E vacci in ospedale ok? E fallo pure il nome di questi stronzi, che tanto a lavorare qui non ti riprendono mica. – gli disse, dando l’ultimo tiro all’ennesima sigaretta e lanciando il mozzicone lontano. Josef allargò le braccia, investendolo con quel sorriso immenso

– Eh ma tanto loro no ha problemi Capo, anche se io dice. Josef va adesso, ciao.

Rimase un attimo a fissarlo, mentre montava in sella alla sua bici sgangherata, probabilmente rubata in stazione. L’ombra di un sorriso gli attraversò per un istante il viso spigoloso; ma fu solo un momento. Era ora di tornare dentro, nel vero inferno. Con un lavapiatti di meno e le palle sempre più girate. Non fece in tempo a rimettere in ordine la sua postazione e a cominciare a impartire le prime semplici istruzioni che l’occhio gli cadde su uno dei due lavandini, dove giaceva una poltiglia verdognola fumante. In quantità industriale.

– E quella cos’è?!?- tuonò, la vena del collo già in evidenza. Mimmo, uno dei tre stagisti mandati da una scuola alberghiera di Portici rispose, con un candore disarmante:

– Chef, quelli i broccoli sono. – non fosse stato per l’evidente accento partenopeo,  a Diego sembrava sempre di parlare con Yoda. Guardò con occhio vitreo quello che ormai era un brodo verde di broccoli polverizzati e imprecò tra i denti, pensando a quale altra verdura servire come contorno ai secondi di carne.

Oh sì, ne era sicuro.

Sarebbe stata un’interminabile giornata di merda.

Quando mise piede fuori dalla cucina erano solo le nove di sera, ma a Diego sembravano le sei del mattino. Si sentiva tutta la stanchezza del genere umano sulle spalle e aveva lo stesso umore di una zitella acida in sindrome pre mestruale. Un campione, insomma. Trovò Goran ad aspettarlo sotto casa, seduto sulla sua Vespa 50 Special Geneticamente Modificata, come amava definirla lui stesso; sigaretta tra i denti e dita che si muovevano alla velocità della luce sui tasti del cellulare.

– Ciao slavonio.- mugugnò Diego; Goran aveva madre italiana e babbo bosniaco.

– Chef.- replicò l’altro, senza nemmeno alzare gli occhi dal display.

– Ti sei fermato sotto casa mia perché il telefono prende meglio oppure sali?- grugnì Diego, armeggiando con le chiavi. Si era tagliato il polpastrello dell’indice della mano sinistra, per affettare melanzane e zucchine in sostituzione dei broccoli, e faceva un male cane prendere qualsiasi cosa in mano. Si trovò a maledire Mimmo e tutta Portici, tra i denti. Goran nel frattempo era saltato giù dalla vespa e lo fissava tra l’incredulo e il divertito.

– Fa male la mano?- chiese, con fintissima noncuranza; al che l’altro sbottò.

– No, scherzi?! Ma che cazzo di domanda è? Porc…- le chiavi gli erano cadute rovinosamente a terra. Fossi una donna, pensò Diego, scoppierei a piangere qui, in mezzo alla maledettissima strada. Goran sospirò, abbassandosi a raccogliere le chiavi e spingendolo di lato.

– Lascia, faccio io. Come hai fatto a tagliarti? Quindici anni che ti conosco e mai un graffio…-

– Nah, lascia perdere. Com’è andata oggi?

– Eh. Diciamo che è andata. E che forse era meglio se fossi venuto a lavorare. Anzi, togli pure il forse.

– Non ci giurerei. è stato un massacro.

– Beh, per forza, ci siamo bevuti il Gange intero ieri notte.

– Non solo per quello: Josef si è tagliato una mano. Eh, gli si è rotto un bicchiere in mano, probabilmente era già scheggiato. L’ho dovuto medicare io in mezzo al servizio, perché nessuno prendeva una cazzo di iniziativa.

– 118, no eh?

– Macché, sei matto? Tempo zero e il Maledetto era già in cucina. Avresti dovuto vederlo, si aggirava in preda al panico andando a sbattere dappertutto, sembrava un pesce preso all’amo.

– E dopo?

– Niente, è andato a casa. Ho provato a convincerlo ad andare in ospedale, ma aveva paura che lo beccassero senza permesso. Come minimo se la sarà già cucita da solo la mano.

– Sarà andato da un santone senegalese. In centro ce n’è un fottìo. E poi, che altro è successo?

– Adesso ti racconto. Ormai metto la testa di Mimmo sulla salamandra. Hai cenato?

– No. Ci siamo alzati da tavola alle cinque. No ma non ho fame Diego, non stare a…- ma Goran sapeva già che era una partita persa. E poi Diego detestava mangiare da solo, quindi accettò di buon grado la birra ghiacciata, sperando di aprire un varco nel suo stomaco in vista della cena.

– Ok, se la metti così… almeno posso dare una mano?-

– Apparecchia. E metti il vino bianco un attimo in freezer, lo voglio bello ghiacciato.

– Cosa fai?

– Mazzancolle alla Catalana. Ah ecco, taglia le verdure, che con sta mano monca faccio fatica.

Diego andò avanti: aveva un’intera domenica delirante da raccontare e Goran un pranzo in famiglia da dimenticare. Finito il vino, passarono alla birra. Finita quella, un paio di canne. Poi di nuovo un po’ di birra e si fecero le due che nemmeno se ne accorsero.

– Vado, è tardi. Della bionda mi racconti domani.- biascicò Goran, visibilmente ubriaco.

– Ma dov’è che vuoi andare? Ti sei visto? Roba che ti predi la Vespa alla prima curva. Dai su, sdivanati.

– Oh, sei sicuro?

– Yessssss. Mi casa es su casa amigo. Così magari uno dei due la sveglia domattina la sente. – replicò Diego, avviandosi a passi lenti e molto strascicati lungo il corridoio.

– Che palle. Oh, ma la bionda poi?- gli urlò dietro Goran, rischiando di incespicare nei suoi stessi piedi e sbattere il grugno contro il tavolino davanti al divano. Solo la paura di lasciare tutti gli incisivi nel salotto di Diego lo fece riemergere dal torpore della sbornia. Ma fu un’illusione molto breve. Russava già quando l’altro replicò, dalla sua stanza, che della bionda avrebbero parlato il giorno dopo.

 

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. NotForEver ha detto:

    stampo, leggo e ripasso

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  2. valentina ha detto:

    …non fosse stato per l’evidente accento partenopeo, a Diego sembrava sempre di parlare con Yoda… esilarante!
    Sono capitata per caso sul tuo blog e ho trovato questo estratto veramente piacevole, il tuo tipo di umorismo mi ricorda un racconto/romanzo che avevo scritto qualche anno fa e mai divulgato, adesso mi è venuta voglia di rileggerlo.
    E ovviamente di leggere il seguito del tuo! Brava

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    1. Laura ha detto:

      Grazie! Spero di riuscire a postare il seguito a breve. 🙂

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  3. Valentina ha detto:

    Anch’io voglio il seguito!!! Anch’io!!! 😀

    Ho finito di leggere da poco “Il linguaggio segreto dei fiori” e devo dire che il tuo modo di scrivere mi piace molto più che quello della Diffenbaugh! Sappi che ti sei appena guadagnata una fan (e non lo dico tanto per o perché sei mia amica virtuale o altro, mi piace davvero come scrivi!)

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    1. Laura ha detto:

      Grazie cara, mi fa tantissimo piacere!
      Non conosco l’autrice che citi, ma mi informerò 🙂

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      1. Valentina ha detto:

        E’ una di quelle scrittrici che hanno realizzato un libro solo, finito sotto i riflettori e per questo hanno avuto gloria & fortuna. Almeno fino a quando durerà la moda. Non scrive male e l’argomento è nuovo ma sinceramente non mi ha convinto; preferisco di gran lunga altri modi di scrivere (come il tuo, tanto per fare un esempio). 😀

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      2. Laura ha detto:

        dai smettila!
        anzi no continua, che i complimenti mi piacciono un sacco 🙂

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