smettere di fumare rende tutti più buoni. ad interim.

il

Io non lo so quando è successo. Che sono diventata buona, intendo. Imputo questa sdolcinata e zuccherosa e – cosa più importante- non richiesta metamorfosi più o meno al periodo in cui sono rimasta incinta di Titu. Gennaio 2010. Avevo appena compiuto 28 anni, ero sposata da poco e trascorrevo la mia settimana lavorando come un somaro e scrivendo racconti la sera, fantasticando di weekend mordi e fuggi per città d’arte e una vacanza lunga tra Belgrado e Sarajevo. Il weekend era solo un far tardi la notte e passare le ore diurne in un groviglio di lenzuola stropicciate, piedi intrecciati e mani a cercarsi con un’impazienza quasi adolescenziale, il tutto intervallato da attacchi di fame da far sembrare un dilettante persino Alì il Chimico. Fumavo da uno a quasi due pacchi di Marlboro Medium al giorno, bevevo prosecchi a nastro tra le sette e le dieci di sera con la stessa frequenza con cui mi cambiavo la biancheria intima e me ne sbattevo allegramente di tutto e di tutti. C’ero solo io e il mio amore incondizionatamente folle verso l’uomo che avevo appena sposato. Insomma, una figata.

Però mancava qualcosa. C’era una voglia diversa, una necessità non scritta e non dichiarata apertamente a parole di voler completare un quadro che altrimenti sarebbe parso sbiadito. Non c’è un’età universale, per desiderare un figlio. Noi se ne parlava addirittura prima che ci sposassimo, quando le nostre vite arano ancora più sregolate e frenetiche e la nostra incoscienza di gran lunga maggiore. Titu è arrivato quando doveva arrivare, complice anche un ponte parecchio lungo tra natale e capodanno. E io sono passata da poeta maledetto a suora laica in meno di un mese. No alcool (per dovere di cronaca, l’astinenza è durata fino al quinto mese di gravidanza: appena mi dissero che c’aveva tutte le dita al suo posto, sdoganai gli alcolici nella mia dieta, con moderazione), niente cibi crudi, verdure lavate con una follia quasi maniacale, e soprattutto no more cigarettes. Che voi direte: beh, bella fatica, mica ti va di fumare, quando sei incinta. Col cazzo. A me andava tutto quello che non potevo ovviamente permettermi: fumo, alcolici, pesce e carne crudi, sesso estremo (ne vogliamo parlare delle tempeste ormonali che subisce una povera gravida? No, meglio di no, che poi vi impressionate).

E ho imparato a rinunciare a ciò che mi piaceva, per il bene di mio figlio. Poi succede che ti nasce, questo bambino. E dopo cosa succede?

Che la vita ti cambia. Non è una frase fatta del cazzo, no. Tutto cambia, dalle cose più stupide, come la libertà di uscire in pausa pranzo o alle sette di sera in inverno per farti due cazzo di passi a piedi; alle cose più importanti, come il prendersi cura di un esserino minuscolo che non parla, non vede, non ascolta, non interagisce. Ha solo bisogni, richieste perentorie, necessità impellenti. E tu le assecondi, senza chiederti perché: è il tuo istinto che ti guida e per fortuna, perché se ti fermassi a ragionarci su un momento andresti ai matti e infatti qualche volta crolli, scoppi a piangere e pensi di non sapere il perché. In realtà lo sai eccome: la tua libertà, che ti eri conquistata con una fatica enorme, è andata a farsi fottere e sai che non tornerà mai più. Perché da quando lo fai nascere a quando lascerai questo mondo sai, o donna, che ogni tuo pensiero, ogni tua energia, ogni tuo respiro andrà a lui e per lui.

Non c’è attimo della mia giornata in cui io non pensi a mio figlio. Nonostante io non sia una di quelle madri ansiose e apprensive e insicure: é qualcosa di automatico, che non controlli.

E quindi credo che sì, io un po’ mi sia rincoglionita da quando è arrivato lui a sconvolgermi la vita. Con quelle manine un po’ grassocce, quelle guance che vorrei solo mordere da mane a sera, quella vocina sottile e dolcissima, quel suo sorridere con gli occhi prima che con la bocca come suo padre, con quell’odore di pane appena sfornato che fa quando dorme… insomma, anche un nazista si rincoglionirebbe, davanti a un miracolo così disarmante.

Ma credo sia arrivato il momento di fare una corretta divisione delle due cose.

Da un lato c’è mio figlio e tutti i nostri momenti, che sono speciali e puccipuccipù. E, quindi, come ho appena detto, nostri e solo nostri. Ecco perché non vedete sue foto qui, o su FB o su Instagram o su sounamadonna di social network del cazzo. Mio figlio è mio e del suo babbo, è minorenne e ha una privacy e una vita e un’intimità che sono sacrosante e vanno protette.

Dall’altro lato ci sono io. Quella che oggi camminava sotto la pioggia e che ha visto arrivarle addosso l’idea per il nuovo romanzo, quella con la I maiuscola. Quella che fissa il mare e si riempie le orecchie e il cuore del suono delle onde. Quella che legge Baudelaire e si commuove. Quella che sa scrivere bene e che non ha smesso di credere di poterlo far diventare il suo vero mestiere, prima o poi. Quella che sogna ancora, perché sognare non costa niente. Quella che si incazza per niente e che pensa che la maggior parte delle persone facciano abbastanza cagare. Quella spocchiosa, attaccabrighe. Quella con la battuta sempre pronta, che ti strappa una risata. Quella che se le stai sulle palle è meglio che giri alla lagra ma se le piaci allora ti sarà più fedele di un pastore tedesco. Quella che comunque vada, metterà sempre se stessa al primo posto, perché è fatta così. Questa sono io. Una stronza con un pessimo carattere. Che non ricomincia a fumare solo perché si fa troppa fatica a smettere, ma per il resto ha ripreso quasi tutte le sue vecchie cattive abitudini, anche se sta imparando a moderarle; per quanto sia possibile insegnare la moderazione a qualcuno che vive solo di estremi. Ma sto imparando, pian pianino.

Mi ero persa, pardon, ho avuto da fare.

Adesso vado a scrivere, che è ora.

 

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Valentina ha detto:

    Da un lato c’è mio figlio e tutti i nostri momenti, che sono speciali e puccipuccipù. E, quindi, come ho appena detto, nostri e solo nostri. Ecco perché non vedete sue foto qui, o su FB o su Instagram o su sounamadonna di social network del cazzo. Mio figlio è mio e del suo babbo, è minorenne e ha una privacy e una vita e un’intimità che sono sacrosante e vanno protette.

    Finalmente una mamma con la M maiuscola. Ogni volta che mi sbandierano infanti su social network mi viene voglia di scriverci: “Bada che non è un nuovo accessorio eh, megalomane”

    E adoro questo tuo “dividerti”. Una donna non deve vivere attraverso nessuno, neanche suo figlio; probabilmente la cosa più preziosa che possa avere. Non deve mai perdere la sua identità. Anche per il figlio stesso.

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    1. Laura ha detto:

      anche perchè già ce l’ho parecchio incasinata di mio, l’identità… valla pure a dividere con mio figlio! 🙂

      Non mi sento una mamma con la M maiuscola, anzi. Però è davvero folle che oggigiorno si scenda in piazza inneggiando al diritto alla privacy, se ne istituisca persino un garante e poi siamo i primi ad autosputtanarci sui social. E non parlo solo di bambini in costume da bagno o nudi su internet (da premio Nobel, davvero), ma anche di notifiche varie ed eventuali. Far sapere a mezzo mondo dove si è, con chi e cosa si sta facendo e poi se uno si permette una domanda un po’ più personale ci si indigna.

      Follie da tempi moderni. E da teste bacate.

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  2. NotForEver ha detto:

    mi verrebbe un commento da vecchia zia, di quelli pieni di “credimi, ogni periodo, ogni età ha una propria fase”
    me lo evito
    ma te mi piaci parecchio, non devo ribadirlo ogni giorno ma di tanto in tanto sì
    perché hai la mia stessa fottuta coerenza

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    1. Laura ha detto:

      Grazie, troppo buona. 🙂
      Sai cos’è? Che per troppo tempo mi sono preoccupata di essere sempre gentile, di non offendere nessuno, di non urtare la sensibilità di nessuno. Io non sono così. Io me ne sbatto di quello che pensano gli altri. Che mi giudichino pure.
      Il costume della gentile e carina a tutti i costi mi va troppo stretto.

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      1. NotForEver ha detto:

        appunto
        anche io me ne sbatto altamente…se sono gentile è perché lo voglioe ssere…altrimenti fanculo

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      2. Laura ha detto:

        yeah sorella 🙂

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  3. Chiara ha detto:

    Credo che questa Idea, che spero ti porti tante cose belle e che sia un successo (non ne dubito), ti sia venuta ANCHE per la Laura che sei ora, quindi grazie anche a Titu. Questo post descrive con una chiarezza disarmante quello che è l’essere mamma (che ne sai tu, dirai giustamente. già io non ne so una cippa ma leggerti è un piacere e mi sono tremendamente immedesimata nel post), tra gioie e angosce (quando parli della “perdita della libertà” è un pugno allo stomaco, un pugno dolcissimo ma è vero, dopo l’epicentro della tua vita non sarai più tu ma tuo figlio). La cosa più bella però è la difesa della tua individualità con le unghie e con i denti, la chiave a mio avviso per non essere mamma ma anche donna, non perdendo la propria identità annullandosi in vista del pupetto.
    Un bacione!

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    1. Laura ha detto:

      Si hai ragione, ogni singola esperienza ci porta ad essere quelli che siamo. Titu mi ha un po’ ammorbidita e la cosa non mi dispiace 🙂
      Credo che ogni donna, nel profondo di sè, sappia benissimo cosa vuol dire essere mamma: ce l’abbiamo dentro, nel profondo.
      E smetti di farmi tutti questi complimenti, che poi mi monto la testa!! 😀

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