The writer is back

il

Che era ora, vivaddio, che scrivessi di nuovo qualcosa, dopo 3 fottutissimi anni di blocco.

Non so se sia l’inizio di qualcosa oppure se rimarrà una short story, ve lo faccio decidere a voi, ok? Se vi piace, la continuo, se no vaffanculo, la continuo lo stesso 😉 .

Sta a voi decidere, quindi siete obbligati a leggere. E siate stronzi e impietosi, per favore.

Freddo. Fasci di brividi gli correvano lungo la schiena mentre camminava rasente il muro. Cercava di non fare rumore, tentava in ogni modo di attutire il rumore delle sue scarpe sull’acciottolato.
Pregava con tutte le sue forze che l’altro non lo sentisse.
Avanzava lentamente, il busto leggermente in avanti, le braccia tese lungo il corpo, gli occhi vigili, mobilissimi, i sensi all’erta come quelli di un predatore notturno.
Perché questo è ciò che sei. Non sei nient’altro più di questo.
La pioggia che cadeva da giorni si era fatta più battente nelle ultime ore; si sentiva gelido fin dentro le ossa, gli occhi erano pieni d’acqua.
L’altro, troppo indaffarato ad armeggiare con ombrello e smartphone, non si era accorto di essere seguito a distanza così ravvicinata.
In fondo alla strada in discesa che stavano percorrendo c’era una diramazione: a sinistra si accedeva al paese attraverso una volta antica, a destra si usciva dalla zona abitata. In qualche modo doveva raggiungerlo prima che entrasse dentro le mura: lì le case erano troppo vicine, e le persone avevano orecchie troppo fine.
Un diversivo, gli serviva un diversivo. Doveva distrarlo, attirare la sua attenzione verso l’aperta campagna buia che si apriva per chilometri interi. Il canale, qualche metro più in là sarebbe stato un alleato perfetto.
E la pioggia che continua a cadere.
E il cuore che comincia a pulsare.
Non c’è tempo per pensare, è sempre così, ogni dannata volta: i battiti accelerano, l’adrenalina schizza alle stelle, la vista si annebbia. Un orgasmo, forse anche meglio. Alza l’arma e la punta verso destra, verso il niente e fa esplodere un colpo: il silenziatore permette che nessuno al di là delle mura senta nulla, solo l’altro si volta verso il rumore attutito e l’istinto segna la sua fine. Per tutti è così, del resto.
Lo colpisce con il calcio della pistola alla nuca, lo afferra al volo e con un movimento rapido gli prende la testa fra le mani. Dura un istante, un battito di ciglia: il collo ha una torsione innaturale e la vita lascia quel corpo che improvvisamente è così maledettamente pesante. Lo trascina a fatica, affondando nel fango, fino al canale e il suo lavoro è finito. Lo troveranno al mattino dopo, parecchio più a sud. Lui avrà già lasciato l’Olanda, quando la notizia che un cadavere di un ricco uomo d’affari è stato rinvenuto nei pressi di Zeist.
Si cambia nel bagno dell’aeroporto, si asciuga i capelli, si sciacqua la faccia. Quando si siede al suo posto, sul volo di linea che lo riporterà a casa, si sente come se non fosse successo nulla, come se fosse stato tutto un sogno. La pistola è smontata in una sacca in un bidone della spazzatura appena fuori Schipol: pulita accuratamente, niente impronte. Per questo chiamano lui: è il migliore nel fare quello che fa.
Alla fine, si dice mentre sorride alla hostess che gli offre un caffè e un giornale, il suo è un lavoro come un altro.
Viaggia tanto, viene pagato bene, poche ferie, una bella casa, una bella macchina.
Se non morisse sempre qualcuno, sarebbe quasi una vita noiosa.
Mentre rilassa i muscoli delle spalle abbandonandosi mollemente all’indietro sul sedile un uomo che non conosce gli si siede di fianco. Senza guardarlo comincia a scorrere pagine internet sul suo tablet. Eppure qualcosa gli dice che non si sia seduto lì per caso, quell’uomo distinto nel suo abito scuro dal taglio italiano.
E infatti.
Quando l’aereo è già in volo e lui si è quasi dimenticato della sua presenza, l’uomo lo apostrofa, senza staccare lo sguardo dal tablet.
– Ha fatto un buon lavoro ieri notte signor Van Vort. O come preferisce che la chiami? Hitchens? Malassis? Heimst?-
Aveva un marcato accento russo. Ma chi era? Come sapeva del suo incarico? Chi gli aveva fornito le identità dei suoi tre precedenti colpi? E soprattutto come poteva renderlo inoffensivo almeno fino all’atterraggio a Heathrow? Alzò un sopracciglio, sperando di non tradire nessuna emozione.
– Mi chiami come preferisce. Gradisce un calice di champagne? – senza attendere una risposta fece un cenno alla hostess, ordinando in olandese. L’uomo di mezza età sorrise, affabile, mostrando un dente d’oro.
– Ho idea che noi faremo grandi affari insieme signor Earnshaw.-
Sapeva anche il suo vero nome, il bastardo. Decise che sarebbe stato al suo gioco, almeno fino a terra. Sorrise di rimando, dissimulando la tensione. Non era il migliore per niente, del resto.
– Lo spero, signor…?-
– Mi chiami pure Orloff, Boris Orloff.
– Allora all’inizio di una proficua collaborazione, signor Orloff.
Se brindava alla sua fine o a un nuovo inizio, non poteva ancora saperlo.

Per inciso: a me fa cagare, ma il mio parere non conta, perché non mi piace quasi niente di quello che scrivo, soprattutto all’inizio.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Sabrina ha detto:

    questo richiede un opia-incolla e calma per leggere…ripasso e ti dico

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  2. Laura ha detto:

    attendo feedback allora 🙂

    Mi piace

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