Tutta una questione di prospettiva

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Posso gridarlo al mondo entiero? Cazzarola, c’è il sole e fa caldooooo!!!

Finalmente! Sarà una settimana circa, dopo più di tre mesi, che io e Titu riusciamo a prendere una boccata d’aria almeno una volta al giorno. Con conseguente miglioramento del mio umore, che stava pericolosamente virando al nevrotico depresso. Che non è facile stare sempre in casa senza poter interagire con nessuno… del tipo che mi ero ridotta a pensare che andare alla Coop fosse una botta di vita.

Io, che a 16 anni per farmi stare in casa dovevano legarmi mani e piedi alla sedia. Io, che alla mia prima vacanza assieme a quello che poi è diventato mio marito ho percorso 1350 km in macchina in una settimana. Io, che il giorno in cui mi hanno ricoverata in ospedale per far nascere mio figlio ho ben pensato di andare al ristorante, conscia del fatto che per minimo 6-8 mesi non se ne sarebbe più riparlato, di cenette romantiche a due. Fuori casa soprattutto. Io, che quando Titu aveva solo 13 giorni l’ho portato in giro tutto il giorno e sono pure andata a farmi un aperitivo. E l’omo mio non è da meno, anzi oserei dire che è molto peggio di me e che è stato proprio lui a far riemergere la mia indole zingara che era stata per anni sepolta e tenuta sotto chiave da un Super Io parecchio rompicoglioni.

è strano come a volte la frequentazione di certe persone riesca a cambiarti in peggio ed è ancora più strano che una con un carattere determinato e testardo come il mio si fosse fatta gabbare. Da un uomo, per giunta, che per convenzione chiameremo il Rimba. Io, femminista indipendente convinta dai tempi delle medie.

Per la serie: look da universitaria educanda sfigata, pensavo solo a studiare, stavo con il tipico bravo ragazzo con la faccia pulita, il classico tipo che piace alle mamme insomma. Che mi avrebbe voluto sposare finiti gli studi. Una vita scritta prima ancora di essere vissuta: vacanze una volta all’anno in località di mare esotiche, appartamento arredato nel mobilificio serio che i mobili devono durarti tutta la vita, non più di due figli e meglio se un maschietto e una femminuccia, pranzo dai nonni tutte le domeniche, poi passeggiata in centro con i pargoletti, che sarebbero andati sicuramente in scuole private. Sarei stata una brava donna di casa, una brava mamma e una moglie devota. E chi avrebbe avuto tempo per scrivere, con tutto il daffare che ti da la famiglia? Ma per carità! Insomma, mai una sbavatura, mai un errore, mai un cazzo di niente.

Anche no insomma.

Per fortuna il matrimonio saltò prima della mia laurea, io ritirai fuori i jeans e le converse dall’ultimo ripiano dell’armadio, mi comprai un pc portatile per rimettere mano a quel romanzo lasciato nel cassetto a prendere la polvere e richiamai tutte le mie amiche che avevo decisamente trascurato per troppo tempo. Che, Dio le abbia in gloria, non mi mandarono affanculo.  Il mio lato vagabondo tornò fuori con una prepotenza tale da farmi dimenticare la delusione d’amore (e conseguentemente il Rimba) in un attimo. E poco dopo conobbi Chef.

Ah, Chef. Quello bello, quello tenebroso, con un passato un po’ burrascoso alle spalle, fascino da vendere e pure un bel po’ sfuggente. Insomma il classico stronzo che manco la tua peggior nemica ti raccomanderebbe di mettertici assieme. Noi, una coppia che chiunque avrebbe data per spacciata quando ancora manco stavamo insieme.

E complimenti per la lungimiranza: che siamo qua, sposati e con un nanetto di quattro mesi da gestire… evidentemente o qualcuno si sbagliava, oppure tra stronzi ci si intende a meraviglia… o forse entrambe le cose.

E mentre guardo mio figlio, seduto qui vicino a me nella sua sdraietta che intrattiene un’interessantissima conversazione con i cavallini a dondolo della tappezzeria, penso che non è stata solo questione di fortuna. Insomma, se le cose sono andate così è anche perché un po’ il mio subconscio voleva che andassero in questo modo. Forse quella vita così apparentemente perfetta mi andava talmente stretta da avermi inacidita e imbruttita a tal punto da indurre il Rimba a fare dietro front. Non lo so sinceramente, però preferisco il disordine per casa, scrivere alle due del mattino, i viaggi non programmati, gli amici a far baracca a cena, la musica a tutto volume e chi se ne frega dei vicini di casa, tirare a far tardi a parlare solo io e Chef e una bottiglia di Franciacorta, tirare su un figlio insegnandogli poche cose, ma quelle che servono. E ridere, ridere e ridere sempre.

Sì, decisamente questa è la vita che volevo.

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